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INTERNET

L'evoluzione della rete attraverso articoli specialistici e degli utenti sull'informazione in Internet e su Internet.

INTERVISTA A UMBERTO ECO

Gloria Origgi: In diversi contesti in cui ti sono state rivolte domande sulle opportunità e i rischi che l´avvento di Internet porta con sé, hai spesso evocato il problema del filtraggio dell´informazione.

Umberto Eco: E´ problema fondamentale del Web. Tutta la storia della cultura è stata una predisposizione di filtri. La cultura trasmette memoria: ma non tutta: filtra. Filtrerà bene, filtrerà male, ma se non altro quello che ci permette di interagire socialmente è che, più o meno, abbiamo avuto tutti gli stessi filtri. Poi lo scienziato, lo studioso, possono metter in questione i filtri, ma questo è un altro discorso. Col Web chiunque è nella situazione di dover filtrare da solo un´informazione talmente insostenibile per vastità che se non viene filtrata non può essere assorbita. Viene filtrata casualmente, quindi qual è il primo rischio metafisico della faccenda? Che si può andare incontro a una civiltà in cui ciascuno ha il proprio sistema di filtri, ossia ciascuno si fabbrica la propria enciclopedia. Ora, una società con cinque miliardi di enciclopedie concorrenti è una società che non comunica più. Inoltre, i filtri a cui ci rifacciamo sono il risultato di aver dato fiducia a quel che si dice "la comunità dei dotti" che attraverso i secoli, dibattendo tra loro, danno la garanzia che, se non altro, il filtraggio sia stato ragionevole, mentre immagina cosa può essere il filtraggio individuale fatto da chiunque, per esempio da un ragazzo di quattordici anni. Ci potremmo trovare quindi con una concorrenza di enciclopedie, alcune delle quali deliranti.

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G. O.: Però oggi abbiamo sistemi automatici di filtraggio che sono propri di questo particolare mezzo di comunicazione, ossia i motori di ricerca.

U. E.: Non è un sistema di filtraggio. Già stanno nascendo polemiche sul fatto che i motori di ricerca "filtrano" solo l´informazione pagata. Escludo la possibilità di automatizzare la funzione del filtro. L´unica soluzione è che nascano delle autorità o esterne al Web o anche interne al Web che, per così dire, fanno un monitoraggio costante di quello che si trova. Faccio un esempio: ho fatto recentemente una ricerca su Internet per "Sacro Graal": mi sono arrivati trenta siti. Io sono abbastanza informato sull´argomento, quindi mi è bastato vedere che ce n´era uno di carattere filologicamente corretto, due correttamente enciclopedici e tutti gli altri erano fatti da pazzi occultisti deliranti. Io sono, per così dire, un esperto dell´argomento: ma un povero disgraziato che affronta per la prima volta il tema del Graal come fa a filtrare? Può cadere vittima del primo monsignor Milingo che ha fatto un sito. Ma come possono nascere questi gruppi di monitoraggio? Come si fa a monitorare tutto il Web? Anche se l´avessi monitorato tutto il lunedì, il martedì sarebbe già diverso. Dovrebbero nascere monitoraggi specializzati, per esempio, la Società Internazionale di Filosofia fa un monitoraggio continuo di tutti i siti di filosofia, sai un po´ come le tabelle del Centro Cattolico Cinematografico, che fuori dalla chiesa dicevano: Film escluso ai minori, Film per adulti, Film per tutti. I genitori cattolici che si fidavano del prete se non altro sapevano che quel film conteneva scene pericolose per un ragazzo: avevano un filtro. Se io mi fido della Società Internazionale di Filosofia che mi dice: "Questo sito su Kant è una porcheria", allora non lo uso. Ma ho già discusso varie volte su come possono nascere questi gruppi di filtraggio e come possono esprimersi: se si esprimono all´interno del Web come fa l´ingenuo visitatore del Web a sapere che quello è un sito di monitoraggio, di esperti? Se si esprimono all´esterno, metti che esca il Bollettino, il Mensile, etc, questo materiale è stampato e sarebbe a disposizione di una percentuale minima di navigatori. Sono tutti problemi che noi non abbiamo ancora risolto. Se avessi la risposta diventerei probabilmente miliardario, ma non ce l´ho.

G. O.: Come si fa a distinguere questo tipo di imposizione di un'autorità che filtra da qualcosa di molto simile a una nuova forma di"censura"?

U. E.: Un´autorità che filtra si chiama non "censore" ma consulente. Scusa, ma se io vado dal mio consulente economico e gli chiedo di dirmi quali azioni comperare e quali no, questo non è un censore, è un consulente che mi dice che è vantaggioso per me comperare queste azioni e non le altre perché hanno provocato un sacco di pasticci. Allora tutta la cultura è censura perché una maestra che insegna che due più due non fa cinque sta censurando il bambino ignorante, però questo lavoro di filtraggio fa parte dell´educazione. La censura è impedire che un´informazione circoli, mentre il filtro è giudicare l´informazione che circola. E´ molto diverso: io posso criticare il libro di storia per le elementari e faccio attività critica; posso farlo sequestrare dalla polizia e faccio censura.

G. O.: Siamo nella sede del nuovo Master in Editoria che tu dirigi a Bologna. Anche un editore è un "collo di bottiglia" che filtra l´informazione?

U. E.: Un editore è un filtro, e io mi fido che Mondadori possa anche aver scelto un brutto romanzo, ma non al di sotto di un certo standard perché c´è alle sue spalle una storia e meglio ancora se l´editore è Olshcki che pubblica solo libri scientifico-filologici. L´altro guaio di Internet è la generalizzazione del samizdat. In URSS uno che voleva pubblicare faceva circolare appunto il samizdat, che circolava presso un gruppo limitato di persone; adesso chiunque, se vuole, può mettere on line il suo romanzo. Questo è un grande atto di libertà: oltretutto scarica le case editrici di un mucchio di manoscritti inutili, può permettere a un editore intelligente di guardare cosa c´è nel Web e magari di scoprire un nuovo talento. Ma anche in questo caso mettiti nei panni del ragazzino di quattordici anni che va a leggere tutti questi samizdat. Cessa la funzione orientativa della critica. Quando ero al liceo, comperavo La Fiera Letteraria, una rivista culturale dell´epoca, dove c´era una rubrica in cui la gente mandava le sue poesie a un critico che le analizzava, dicendo "Questa è buona", "Questa è cattiva", eccetera. Possiamo dire quello che vogliamo di questo critico: a me ha trasmesso un gusto per la discriminazione. Magari il suo gusto oggi è superato, ma mi ha insegnato che certi versi erano giudicati più belli per certe ragioni, certi erano paccottiglia, roba vecchia che circolava dappertutto... Insomma: questo filtro costituito da una rivista mi ha dato un gusto della poesia.

G. O.: Chi filtra il gusto letterario sul Web?

U. E.: E´ un problema grandissimo. Potrebbe rivoluzionare il nostro gusto letterario. Per esempio instaurare un "anything goes" nel campo del gusto: non è vero che Omero è più bravo di Lorenzo Stecchetti. No: ciascuno prende quello che gli piace. Potrebbe essere una tale rivoluzione nel gusto che non sappiamo intravvederne gli esiti. Dal punto di vista della nostra tradizione culturale sarebbe qualcosa di estremamente pericoloso. Però potremmo fare un altro ragionamento: i filtri di gusto in letteratura interessavano lo 0,5 per cento della popolazione. Se oggi è il 70 per cento della popolazione che naviga su Internet e prende per buoni qualsiasi poesia o qualsiasi racconto che incontra, allora possiamo dire che questa gente era stata esclusa dalla degustazione del prodotto letterario e che è finalmente entrata in contatto con qualche forma di espressione letteraria. Ancora una volta sarà certamente una rivoluzione. Una rivoluzione che potrà essere temperata, nel senso che uno si educa avventurosamente su Internet, divora qualsiasi cosa, ma nel momento in cui entra all´università, o va a lavorare, fatalmente ritrova dei parametri e giudica le proprie intemperanze precedenti, ma tutto questo è pura profezia.

G. O.: A proposito di questo "anything goes" di cui parli, lo schermo stesso ne è una rappresentazione: è un unico mezzo, in cui ci arrivano i giornali, la pubblicità i testi che tradizionalmente designiamo come "libri". Che cosa distingue ancora un libro da una qualsiasi altra forma di informazione che circola?

U. E.: Anzitutto secondo me sono i meccanismi psicologici di attenzione. La specie si è abituata a un tipo di attenzionalità che implica lo sfogliare le pagine, il soffermarsi con attenzione; il tipo di lettura sullo schermo è fatalmente diverso, più rapido, si scrolla con maggiore rapidità. Ti faccio un esempio: c´è ancora un´enorme differenza tra correggere le bozze su carta stampata e correggere il testo sullo schermo. Rimarranno sempre più errori sullo schermo che sulla carta stampata, perché c´è un diverso modo di fissare l´attenzione su una riga. Tuttavia stanno nascendo delle nuove generazioni con una meccanica di attenzionalità che è adatta allo schermo. Alla fin fine, se noi prendiamo oggi un manoscritto medievale non riusciamo a leggerlo, mentre ai tempi di Gutenberg la gente si lamentava che non riusciva a leggere bene una pagina stampata: leggevano meglio il manoscritto! Quindi possono cambiare i meccanismi, ma anche cambiando i meccanismi secondo me questi diversi tipi di attenzione continueranno ad esistere.

G. O.: Quindi il fatto che qualcosa sia giornale, rispetto a portale rispetto a libro anche se il mezzo è lo stesso, dipende da quanta attenzione dell´utente riesce a catturare?

U. E.: Certo che se voglio sapere che tempo fa ad Amsterdam lo schermo del computer mi dà un´informazione più che sufficiente e forse anche più evidente e convincente di quanto non me la dia il giornale, dove devo andarla a cercare nell´ultima pagina; se invece voglio leggere la Divina Commedia... Adesso ti faccio un esempio (ma io sono ancora un rappresentante delle generazioni pre-computer): io ho tutta la Divina Commedia nel computer. Se devo scrivere un saggio in cui cito tre terzine della Divina Commedia, vado a prenderle sul computer perché evito la fatica di ricopiare. Se ho da consultare la Divina Commedia mi riesce ancora più comodo prendere il volume, perché mi ricordo la disposizione delle pagine, etc., però non posso escludere che una generazione successiva trovi più poetico leggere la Divina Commedia sullo schermo. Questi sono affari loro, per me sarà difficile: la uso sullo schermo, poi torno al libro. Però vorrei aggiungere una cosa: non è mai successo nella storia dell´umanità che l´introduzione di un mezzo tecnologico abbia ucciso tutte le pratiche del mezzo precedente. Neanche la ruota ha completamente sostituito la slitta, la fotografia non ha distrutto la pittura, caso mai l´ha orientata in altre direzioni, tutte le statistiche dicono che dove c´è ampio consumo televisivo c´è anche maggior consumo di giornali: non è vero quel che si dice che chi guarda troppo la televisione non leggere più i giornali. Secondo me, l´aumento di informazione, anche sullo schermo, non inciderà sull´uso del libro, ma anzi lo incrementerà, prova ne sia che nel decennio di Internet si stanno moltiplicando in ogni città le megalibrerie, frequentate in massima parte da giovani. L´eBook è un´altra faccenda. Per il momento non ha sfondato e quindi bisogna vedere cosa succederà. Non ho niente contro il fatto che un eBook possa sostituire benissimo il libro, anche se per abitudine preferisco il libro: questo per quello che riguarda i meccanismi di lettura; poi ci sono i fatti affettivi, estetici, tattili, per cui puoi sfogliare la carta bella di un libro, anche qui può darsi che tra tre generazioni la cosa sia diversa.

G. O.: Se dovessi descrivere ai tuoi studenti del Master in editoria come vedi una casa editrice, diciamo, tra dieci anni, cosa scompare? Scompare la carta fisicamente? Che cosa ha un editore sulla sua scrivania? Possiamo immaginare degli autori che si mettono d´accordo direttamente con dei costruttori di eBook e non si servono più degli editori?

U. E.: Ho capito la domanda, ma mi rifiuto di darti una risposta. Non più di cinque o sei anni fa, quando abbiamo cominciato a costruire l´Encyclomedia su CD-Rom, io ho portato quelli che stavano cominciando a farlo (allora era un´iniziativa interna all´Olivetti) da un grande editore italiano: gli abbiamo mostrato questa roba dicendo se volevano partecipare e han detto, primo, che il CD-Rom non aveva nessun futuro, secondo, che caso mai la formula vincente non era il CD ma un qualcosa della Philips che c´era allora e che loro volevano puntare su quello. Attualmente questo grande editore fa CD-Rom a catena. Quindi se cinque anni fa un grande editore, con interessi evidentemente non dico culturali ma almeno commerciali, non era capace di intravvedere lo sviluppo di una nuova tecnologia, figurati se riusciamo noi qui a fare delle previsioni esatte sul futuro. Naturalmente noi stiamo facendo un Master in Editoria cartacea e multimediale perché sempre più la casa editrice diventerà una produttrice sia di materiale cartaceo sia di materiale multimediale. Quale dei due debba prevalere, io non te lo so dire.

G. O.: Senti, il problema del copyright. Ci sono "tipi di proprietà intellettuale" per i quali far pagare l'accesso oggi, con la quantità di informazione che circola sembra inammissibile...

U. E.: Senti, il problema del copyright ad essere indulgenti, ha quattro secoli, quando nei libri del Seicento è cominciato ad apparire il privilège du Roi che era una dichiarazione che, per così dire, difendeva i diritti del libro particolare. Questo non ha impedito per tutto il Sei e Settecento che continuassero a uscire dei libri che magari uscivano ad Adelphia, o con altri nomi di città inesistenti che riprendevano tranquillamente un libro pubblicato a Parigi o ad Amsterdam, ne facevano un´altra edizione... croce e delizia per i collezionisti perché talora è difficilissimo distinguere la prima vera edizione dalla prima pirata: bisogna andare a vedere il cambiamento di un marchio. Insomma, la difesa della proprietà intellettuale è un fatto abbastanza recente. Come non c´era prima così potrebbe non esserci in futuro o assumere altre forme. Io sono un autore, ricevo del denaro in diritti di autore, ma quando vengo a sapere che a Cuba hanno fatto un´edizione pirata dei miei libri o addirittura le hanno fatte in Germania o in Cina, mentre il mio editore impazzisce di rabbia, io tanto scontento non sono, mi va benissimo che la mia opera circoli. Forse, se arrivasse un giorno in cui non prendo più neanche una lira per un libro che scrivo nascerebbero dei problemi. Ma, come vedi, questi problemi vengono facilmente scavalcati. Per esempio, come gli scrittori di un tempo venivano sponsorizzati dal signore, oggi potrebbero venire sponsorizzati dalla pubblicità. Questa sarebbe una grossa perdita di libertà, perché il diritto d´autore è stato un elemento di libertà per lo scrittore, che non doveva più rendere conto al mecenate ma a un pubblico indifferenziato che lo comperava o non lo comperava, quindi perdere il diritto d´autore potrebbe essere una pericolosa forma di perdità della libertà perché se non sei più pagato dai diritti dovrai essere pagato o da Berlusconi o dal Vaticano o dai DS o dalla Coca-Cola, questo è certamente un grosso problema. Anche qui le soluzioni dovrebbero essere soluzioni giuridiche da trovare in qualche modo. Io voglio mettere solo in rilievo che il sistema potrebbe cambiare e che tuttavia il sistema della protezione della proprietà intellettuale è stato un incremento di democrazia e libertà e perderlo potrebbe essere un serio pericolo.

G. O.: Certo la protezione della libertà intellettuale è diversa per tipi di testi diversi. Nel suo intervento su text-e, Stevan Harnad sostiene che c'è una differenza fondamentale tra le publicazioni scientifiche, per le quali l'autore cerca il massimo di diffusione ma non il guadagno in termini di diritti, e altri tipi di pubblicazione il cui accesso è e resterà a pagamento.

U. E.: Un testo di studio dovrebbe essere già pagato o dallo stipendio universitario o dai fondi di ricerca, quindi dovrebbe essere pubblico. Anche il libro di maggior successo di carattere scientifico non arricchise l´autore. Il problema è piuttosto per la proprietà detta "letteraria".

G. O.: Le due cose vanno quindi separate?

U. E.: Non solo, io sono del parere che quand´anche l´ultimo romanzo del Premio Strega andasse immediatamente libero su Internet ci sarebbe pur tuttavia una fascia di publico che, per ragioni di collezione o perché vuole leggere in treno, continuerebbe a preferire la forma cartacea, e quindi si stabilirebbe una bilancia. Voglio dire che io magari (io personalmente non lo farei mai), ma uno potrebbe leggersi quattrocento pagine sullo schermo, cosa che mi pare abbastanza difficile, perché vorrebbe dire stare seduto con gravi danni per la cervicale ore ore. Daniele Barbieri dice che la cosa potrebbe cambiare perché ci potrebbero essere in ogni stanza di una casa dei grandi visori con cui leggere un romanzo anche stando nella vasca da bagno, ma cosa succederebbe? Se il romanzo non mi piace lo cancello, se mi piace molto che faccio? Se lo stampo mi trovo tra le mani un oggetto che non posso usare, che mi cade per terra, per cui mi vado a comperare la copia cartacea da mettere biblioteca. Quindi potrebbe voler dire che certi autori ad altissima tiratura perdono qualcosa in termini di diritti, ma anche lì, succederà probabilmente che la copia cartacea invece di costare 10 Euro costerà 20 Euro e quello che l'autore perde per le letture on line lo riguadagna presso il pubblico degli affezionati... Ma guarda che questo succede già oggi: il grande editore americano fa il libro rilegato e nel giro di due o tre mesi lo mette in trade e nel giro di altri due o tre mesi lo mette in tascabile, senza smettere di pubblicare quello rilegato perché mentre i giovani o chi vuole leggere il libro e buttarlo via lo comprano in formato tascabile, c'è ancora un'enorme fascia di pubblico che preferisce una buona edizione leggibile ed è disposto a pagare di più per questo. In fondo anche adesso, scusa, io faccio l'autore: quando il mio libro va in tascabile di diritti io prendo pochissimo: i diritti li hai sulla copia rilegata; sul tascabile li prendi solo se fai delle tirature enormi. Già adesso in fondo l'autore è sottomesso a una sorta di contratto di questo tipo : "Se vuoi che siano milioni a leggerti ti rassegni a prendere diritti molto bassi."

G. O.: Sempre sulla varietà di supporti disponibili: una possibilità tecnica che a un certo punto era stata avanzata e che oggi è più controversa era quella delle macchine per il print on demand. E' una possibilità che Jason Epstein ha ancora sostenuto nel suo intervento in text-e, come percorribile per alcune categorie di libri. Tu che ne pensi?

U. E.: Io ci credo moltissimo. Quando Geoffrey Numberg mi ha raccontato la prima volta, ormai quasi dieci anni fa, di questo progetto alla Xerox a Stanford ho subito intravisto le grandi possibilità di queste macchine. All'epoca era solo una questione di danaro perché una macchina così costava moltissimo e non esisteva ancora la possibilità di ricevere materiale on line. Cosa succederebbe? Primo: un libro "printed on demand" è un vero libro: la differenza è che invece di uscire dal tipografo esce da una macchina; secondo, può essere molto "friendly" perché se io ho dei difetti di vista posso chiederlo stampato in un corpo più grande o più piccolo; terzo, permette il recupero dell'off-print; attualmente se uno vuole un libro, anche molto bello, ma pubblicato trent'anni fa, si può sentir dire che non c'è più: l'editore non lo ripubblica perché sa che ne venderebbe cinquecento copie e non gli conviene. Inoltre, per una legge pazzesca, in molti paesi il magazzino viene tassato, per cui se un editore ha mille libri al prezzo di copertina di un Euro viene tassato per mille Euro, mentre in effetti l'editore questi soldi li ha persi, non li ha guadagnati! Quindi: libererebbe gli editori dal peso dei magazzini, li renderebbe molto più coraggiosi anche nel fare opere nuove e di avanguardia perché sanno che non devono impegnare capitali enormi per stamparle... Insomma, ci sono infiniti motivi per cui il print on demand potrebbe essere culturalmente ed economicamente molto positivo, anzi, ho già detto che non faccio profezie, ma se proprio ne dovessi fare una da fantascienza vedrei una libreria del futuro che ha soltanto, come certi luoghi di videocassette pornografiche, la finta cassetta con la copertina e poi uno va a chiedere di stamparla... questo forse è un po' esagerato perché il piacere della libreria sta ancora nello sfogliare, annusare il libro, ma potrebbero bastare alcune copie pilota per la libreria, anche quelle printed on demand, senza passare per la tipografia, e poi in cinque minuti il cliente può avere il libro. La mia previsione è che l'ultimo libro di Stephen King probabilmente sarebbe stampato perché la gente deve comperarlo come panini in fretta, mentre se uno vuole leggere Thérèse Desqueyroux di Mauriac, che magari è out of print, può farselo stampare.

G. O.: Dan Sperber nel suo intervento su text-e fa la previsione di una società alfabetizzata che non scrive più, ossia in cui la competenza corporale della scrittura sia stata sostituita dalla dettatura a una macchina.

U. E.: E' possibilissimo perché sta già succedendo con le tabelline: la nostra generazione sa ancora che sei per otto fa quarantotto, le nuove generazioni che lo fanno con la calcolatrice perderanno la capacità di calcolo. C'è una bellissima novella di fantascienza di Isaac Asimov di cinquant'anni fa che narra come in una situazione di guerra fredda estremamente tesa, a seguito di un grande black-out di tutti i computer, il Pentagono scova nell'Oklahoma l'unico individuo che sa ancora le tabelline a memoria, che diventa prigioniero del Pentagono perché è l'unico calcolatore di cui dispongono ancora. Allo stesso modo potremmo perdere la capacità di scrittura, che verrebbe riservata agli artisti. Ma in un'epoca di meccanizzazione, ci sono ancora molti giovani che apprendono savoir-faire manuali. Quindi, la scrittura non si perderebbe, ma verrebbe riservata a una quantità minima di individui. A questo punto, siccome è educativo scrivere, potrebbe intervenire la scuola a incrementare il gusto "sportivo" della scrittura: non scrivi più perché devi prendere un appunto, ma scrivi per vincere la gara di calligrafia, di scrittura rapida, così come non si corre per andare da un posto all'altro perché c'è l'automobile, ma si fanno gli esercizi sportivi. Questo potrebbe essere un importante compito per la scuola del futuro. Un ultimo punto: a volte mi danno noia i francesi che hanno ancora un principio di buona educazione, che ai miei tempi era fondamentale, che una lettera privata si scrive a mano, così io non capisco mai cosa mi scrivono. Però potrebbe succedere che gli amanti si stufano di messaggini sul cellulare e ritrovano il gusto della scrittura personale a mano, proprio come atto di affetto, nello stesso senso in cui potremmo arrivare a una società in cui le donne possono concepire attraverso mezzi chimici, eppure la gente non perderebbe l'abitudine di fare l'amore perché tutto sommato è abbastanza divertente.

G. O.: Ti chiedo ancora un commento sul futuro delle biblioteche, che è stato discusso a lungo in text-e. C'è ancora bisogno di biblioteche, di un archivio della memoria di una cultura?

U. E.: Il problema del futuro delle biblioteche è duplice. Il punto di discrimine è la metà dell'Ottocento quando si è smesso di stampare su carta di stracci e si è iniziato a stampare su carta di legno. La carta di legno ha una durata massima di settant'anni. Ma se vai a vedere adesso certi libri francesi di cinquant'anni fa, rischiano di sbriciolarsi prima ancora di prenderli in mano. Il primo problema è che, siccome la maggior parte del materiale pubblicato dopo il 1850 è destinato a deperire, ci vogliono dei modi per impedire questo deperimento, e sono tanti gli enti internazionali che studiano il problema. L'altro problema è lo scanning di tutto questo materiale per essere messo su supporti elettronici, per cui se si vuole consultare Le Figaro del 5 maggio 1921 è probabile che lo si trovi presto solo on line. Qualche collezionista di giornali antichi può cercare di comperare la copia originale da mettere sotto plastica in modo da non toccarla troppo perché probabilmente si sbriciolerebbe. C'è naturalmente il problema di come rendere eterno il supporto elettronico rinnovandolo costantemente. E' un problema immenso ma lì ci si deve arrivare. Per tutto quello che riguarda il libro antico, la biblioteca è come una galleria d'arte: non sostituisci la Galleria degli Uffizi con un buon CD-Rom che ti mostra Gli Uffizi, utilissimo peraltro; resta la voglia di andare a vedere l'originale, vuoi andare a toccare il libro antico, a vedere la rilegatura, e in questo senso le grandi biblioteche storiche devono rimanere. Cosa diventa la biblioteca d'uso per studenti, quella dove possono trovare i libri di testo, etc.? Non ti so dare la risposta. Certamente i libri di testo nuovi, una volta regolati i problemi dei diritti, potrebbero essere on line, con che si risolverebbe il problema dei furti, dei libri presi già a prestito, etc., potrebbe aumentare la solitudine, perché la biblioteca era un luogo anche di incontro, ma probabilmente quelle che erano le biblioteche universitarie di un tempo potrebbero diventare anche ampi spazi con tanti visori dove la gente va lì a leggersi il proprio libro e nel frattempo chiacchera anche con gli altri. Io penso che resterà il bisogno della memoria cartacea per adesso, quindi assieme alle biblioteche d'uso resterà la Biblioteca del Congresso con i libri stampati e le riviste. Ma c'è anche un problema di spazio fisico di archiviazione, per esempio dei periodici e dei giornali, che un tempo avevano quattro pagine e adesso ne hanno cento. Può darsi davvero che le vere annate dei giornali siano riservate soltanto ai collezionisti, anch'essi una forma di memoria e di conservazione. Ho comperato due mesi fa a caro prezzo tutta l'intera collezione di Lacerba, la rivista di Papini, ed è molto emozionante vedersela davanti: anche se un giorno la mettessero on line, è molto bello per me avere il reperto storico; in questo senso, anche io sarei un collaboratore alla conservazione sociale della memoria.

G. O.: Un ultima cosa: che cosa diventa l'"originale" del testo scritto?

U. E.: Certamente a questo punto l'idea di originale scompare. Se io vado a cercare gli originali dei miei testi non li trovo più, a meno di non averli stampati la prima volta perché sul computer ogni settimana mi capita di correggerli. Ma non è tanto questo il problema. Ammesso che tu scriva il capolavoro filosofico della tua vita, anche se avrai perduto l'originale, ci sarà l'ultima edizione. Non si potrà fare bene un distinguo psicologico della tua evoluzione mentale, ma se hai dato un contributo interessante va bene così. Il problema sono le alterazioni che posso fare io ai testi altrui. Se io prendo sul computer la Critica della Ragion Pura, poi comincio a studiarla e poi scrivo in interlinea tutti i miei commenti, o io ho un forte spirito filologico ed evidenzio bene i miei commenti, o io dopo tre anni non so più quello che è mio e quello che è di Kant. Saremmo allo stato di quei copisti medievali che correggevano automaticamente il testo che copiavano perché la loro sembrava giusto correggerlo così, quindi il rischio è che vada a finire "in vacca" lo spirito filologico. Ma anche qui, il rischio è per il giovane studente che non si accorge più che ha manipolato il testo. Non esisterebbe per gli ambienti scientifico-universitari che rimarrebbero i garanti di questa custodia filologica. Ossia: continuerebbero a uscire edizioni critiche di Kant nelle quali sei sicura che il testo è quello. In ogni caso, gli originali non sono interessanti, se non affettivamente, a meno che tu non diventi un autore celeberrimo: in quel caso c'è un'università americana che ti chiede di comperare tutti i tuoi manoscritti. Ma ti racconto l'episodio di uno scrittore italiano non più vivente, neanche tra i più famosi, ma di buona reputazione. Un bel giorno, una buona università americana gli chiese di avere il manoscritto originale di un suo romanzo pubblicato, per la cifra di 5000 dollari di allora, e costui il manoscritto originale non l'aveva più. Allora fece battere a macchina tutto il libro stampato, poi con un pennarello cancellò varie righe e ci riscrisse sopra con un pennarello quello che c'era sotto cancellato. Quindi ufficialmente questo è il manoscritto originale dell'autore mentre non lo è. Come vedi, anche senza Internet di gravi errori filologici se ne sono fatti!

Intervista realizzata da Gloria Origgi

Copyright © 2001 Bibliothèque publique d'information - Centre Pompidou

 

La società di mutuo racconto

La filiera della notizia sul web recluta nuovi soggetti

Molto dipende da come la società si racconta. Il dibattito sulle decisioni da prendere. La critica del potere. La visione delle opportunità. Il progetto per il futuro. Persino il senso di fiducia col quale si affronta la vita.

La società si racconta con le voci dei suoi narratori, ma anche con il suono di fondo delle strutture mediatiche che questi utilizzano Ebbene: il secondo sta cambiando più delle prime, in questo passaggio epocale dalla linearità dell'industria tradizionale alla complessità dell'era della conoscenza. La filiera semplice che andava dalle poche fonti dell'informazione alle redazioni giornalistiche e alle forme controllate della distribuzione tradizionale, via edicola e via etere, si sta trasformando in un ecosistema nel quale le voci che narrano la società si sovrappongono attraverso mille percorsi: le istituzioni informano direttamente sui loro siti, le aziende fanno le loro tv e i loro notiziari, le redazioni giornalistiche estendono il loro lavoro su piattaforme crossmediali, il pubblico - centinaia di migliaia di persone - partecipa attivamente al reperimento e alla critica delle notizie. La complessità genera ricchezza di idee e abbondanza di problemi.

Valorizzare le idee senza affogare nei problemi è ormai un bisogno tanto importante che si dedica sempre più spazio all'informazione sul sistema dell'informazione.

Il senso di quello che la società dice di sé è un territorio di indagine sconfinato. La Fondazione Rosselli, il Censis, la Nielsen, l'Eurisko e molti altri centri di ricerca sfornano dati sulla dieta mediatica degli Italiani, sullo stato di salute degli editori, sui comportamenti del pubblico: si scopre, ovviamente, che da anni i media tradizionali crescono poco o addirittura in qualche caso perdono pubblico, mentre I' informazione online progredisce. Ma intanto i mercati finanziari si preoccupano del recente rallentamento del numero di click sulle inserzioni pubblicitarie ospitare da Googgle.

Come in un labirinto di specchi si può perdere l'orientamento cercando di descrivere come una notizia cambi di significato a seconda del contesto interpretativo che l'accoglie e la pubblica. I frame contano spesso più dei fatti. In un certo contesto, i blog sono interpretati come un potenziale contropotere, per i cittadini e in opposizione ai media tradizionali visti come "fabbriche del consenso". In un altro contesto, si nota come un sito di informazione sociale come YouTube accetti la cancellazione di un video imbarazzante per un manager della Telecom Italia mentre i grandi quotidiani, insieme ai piccoli blogger, ne danno abbondantemente conto.

In effetti, la visione che interpreta le nuove strutture informative nate sul web come se fossero destinate a vivere in opposizione ai media tradizionali fino a quando sarà stampata "l'ultima copia di carta del New York Times" appare in via di superamento. Aveva senso quando i giornali tradizionali non ascoltavano minimamente quello che diceva il pubblico attivo in rete. Ma oggi lo citano, contribuiscono e dialogano. Potrebbero fare di più. Ma hanno avviato una pratica piuttosto chiara.

Ebbene. Da dove nasce e dove porta il dialogo tra vecchi e nuovi produttori di informazione?

Certamente deriva dall'ineluttabilità dell'avvento di un'epoca in cui il pubblico può essere molto più attivo: sia nella consultazione diretta delle fonti ufficiali - dai siti delle istituzioni, per esempio, ai vari servizi che pubblicano le statistiche finanziarie; sia nella produzione di notizie, nella critica di quelle pubblicate da altri e nella conversazione creativa su divesi argomenti. Da questa tendenza, abilitata dalla grande opportunità di internet, i produttori professionali di informazione deducono la necessità di ridefinire il proprio ruolo. E coerentemente la cercano.

I dialogo con il pubblico diventa pratica corrente. L'attenzione a quanto pubblicano le persone sui siti di scambio di video e foto entra a far parte del mestiere giornalistico. E l'apertura dei giornali al contributo dei blogger supera in qualche caso la fase della sperimentazione. Intanto, l'esplorazione delle modalità crossmediali di narrazione giornalistica va avanti, tra le mille difficoltà inevitabili per la lenta maturazione di modelli di business consequenziali con questo approccio.

In nuovo equilibrio è molto lontano dall'essere raggiunto. Le strutture dell'informazione tradizionale difendono le posizioni acquisite. E lo stesso pubblico attivo, come dice una ricerca dell'Eurisko, continua a considerare l'informazione dei giornali e della tv come qualcosa di più ufficiale rispetto a quanto pubblicato dai blog. Ma è anche vero che l'attenzione si sposta inesorabilmente verso le nuove forme di conversazione informativa che il pubblico attivo intrattiene online, specie nelle fasce giovanili della popolazione.

Per i giornali è strategico comprendere e digerire una nuova visione del contesto nel quale operano: si va formando una sconfinata piattaforma per l'informazione partecipata dai professionisti e dal pubblico. L'influenza dei grandi media non è più l'equivalente del controllo. Il loro ruolo si legittima se si pongono al sevizio dell'insieme, nell'ipotesi che il pubblico attivo renda disponibile una quantità crescente di informazioni e sottragga credibilità a ogni tentativo di manipolazione. Le deviazioni episodiche da questa tendenza possono essere numerose e profondamente deludenti. Ma non cambiano la direzione di fondo. Ai professionisti non resta che puntare sulla qualità.

Di Luca De Biase apparso su Nòva Review24 del giugno 2008

La replica di Kaiser Sose

L'intervento di De Biase è abbastanza paternalistico, teso a pilotare dall'alto tendenze che invece sono fuori controllo. C'è una voglia di alcune elites intellettuali di pilotare fenomeni nuovi, ma tale voglia contrasta con i modelli informativi tradizionali, mai esplicitati pienamente.

Conviene chiarire che l'informazione tradizionale di basa su un modello di business e su una struttura di potere. Lo spiegava bene N. Chomsky e mi sembra anche E. Morin. L'industria culturale vende merce-informazione agli utenti ed allo stesso tempo vende gli utenti (il target o l'audience) a chi ha bisogno di propagare un messaggio merce. L'informazione tradizionale si basa su un modello di business, su una struttura merceologica dei contenuti ma anche degli utenti, che in buona parte è saltata.

Internet può aiutare a catalogare gli utenti in fasce merceologiche uniformi, tramite meccanismi che studiano le tendenze del singolo e lo inquadrano in una categoria, ma i risultati sono molto scarsi.

Su internet riemergono bisogni fondamentali delle persone, la necessità di conoscere il mondo esterno per fare scelte di vita nel proprio interesse e questo contrasta fortemente con il modello di business dei media tradizionali, i quali vivono grazie al loro asservimento al sistema commerciale. C'è quindi una guerra in corso tra internet ed i media tradizionali. C'è una voglia di censurare i contenuti e controllare gli accessi che non è tipico della Cina, ma di tutto l'occidente.

Gli schiavi stanno alzando la testa (mi torna in mente The sheep look up di John Brunner) e cominciano a ragionare a modo loro. I media tradizionali sono scatenati nel raccontare le insidie della rete, perchè ne hanno paura, una paura fottuta. La rete può soppiantare tutti i media tradizionali e già lo sta facendo.

Ecco perchè si parla tanto di virus e pedofilia quando si parla della rete, per mettere paura e cercare di tenere la gente alla larga. Per rimandare l'inevitabile, probabilmente.

Una nota sui blog: Lovink e Rossiter (Dawn of organized networks) chiarivano bene che molti blog sono solo una cassa di risonanza per le notizie divulgate dagli old media. Il chiacchierare su temi decisi da altri non dà fastidio al potere. Ciò che dà fastidio sono le reti organizzate, dove si accumulano competenze profonde. Wikipedia è ben più pericolosa dei blog.

 

KS

 

 

L'Education vera frontiera dei contenuti digitali

Riportiamo di seguito un estratto dell'articolo apparso su Nòva24review di novembre 2008 a firma Piergiovanni Mometto.

Ci sembra uno spunto qualificato per aprire una discussione sulla rete.

 

Per Federico Motta (Pres. dell'Ass.ne Italiana degli Editori), attento osservatore dei cambiamenti che le nuove tecnologie stanno apportando al modo di fruire e di produrre i contenuti sia nel campo culturale che in quello dell'entertainment, la vera frontiera dei contenuti digitali è rappresentata dall'Education.

Sarà soprattutto in questo ambito che nei prossimi anni verranno sperimentate le forme pinnovative di produzione culturale, con risultati che potranno poi avere una ricaduta positiva su tutta l'industria editoriale.

Dunque il mondo della scuola, della formazione professionale, delle università e dei centri di ricerca non potrà che essere al centro di questo processo di "ricerca di senso" della rete.

Le più recenti teorie sui processi dell'apprendimento (in particolare quella connettivista) tendono a dare un ruolo sempre più decisivo all'acquisizione di conoscenze di tipo informale (quella che avviene nei luoghi di vita e di lavoro e soprattutto attraverso la rete) rispetto all'apprendimento formale (quello di base fornito dalle istituzioni scolastiche) arrivando perfino a prescindere dai contenuti in quanto tali per concentrarsi sul valore della rete di rapporti interpersonali, piuttosto che puntare sulla conoscenza diretta dell'informazione.

Se la scuola, la formazione, i processi di apprendimento rappresentano il futuro della nostra società, la storia rappresenta il passato, senza il quale nessun futuro è pepossibile. E in effetti la rete sta diventando uno dei luoghi privilegiati nei quali anche le tracce del nostro passato tendono a confluire.

Ecco che allora diventa fondamentale il ruolo svolto da chi mette a disposizione le proprie competenze, condividendo informazioni e facendo opera di divulgazione. Dunque la grande memoria digitale collettiva del web può avere un senso solo se è in grado di connettersi alla storia personale di ognuno di noi, di dare delle risposte alle domande che ci poniamo oggi.

È la nostra storia e le nostre curiosil'unico elemento capace di dare un senso, di tracciare un filo che ci consenta di utilizzare tutte queste informazioni e di conseguenza anche di creare quella rete di relazioni personali che ci aiuti a capire e conoscere e forse, anche, partendo proprio dal comune passato a riallacciare il filo interrotto della ricostruzione di una identità culturale.

Che ne dici? A noi ci ha confortato leggere queste parole , visto che il circolo degli eclettici va proprio nella direzione indicata da Motta.

 

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