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LIBRI 

 

Vincenzo Cerami > Consigli a un giovane scrittore

 Einaudi tascabili/stile libero - 1996 Giulio Einaudi editore

"All'aspirante scrittore a cui sono indirizzati questi miei umili consigli chiedo innanzi tutto di cominciare subito a smuovere la fantasia, a farla vivere, ad allenarsi a pensare. L'immaginazione prefigura e per questo è un'attività intellettuale, perché si interroga su tutto e mira al futuro. Immaginare ciò che non esiste è immaginare qualcosa che potrebbe accadere. Raccontare è in qualche modo porre domande difficili al mondo, questioni che tuttavia non aspettano una risposta. Perché una vicenda si svolge in un modo e non in un altro ? Perché si scelgono quei protagonisti e non altri ? Fino a che punto siamo noi i padroni del nostro destino ? Ma le risposte che arrivano sono altrettanti interrogativi, accendono solo una fioca luce nel buio e nel silenzio della nostra vita più nascosta. In quella macchia slavata finiscono per specchiarsi le zone insondabili del nostro presente, l'unico tempo in cui siamo concretamente vivi. La scrittura viene subito dopo.

Ho pensato di dare a questo libro una sorta di movimento in avanti, come una carrellata cinematografica che vada dalla visione di insieme al particolare. Inizierò inquadrando da lontano le forme generali della narrazione, la trama e le modalità del racconto (letterario, cinematografico, radiofonico e teatrale). Poi, avvicinandomi, cercherò di mettere a fuoco la singola scena per vedere come è costruita. Infine stringerò l'obiettivo sulla microdrammaturgia del dialogo per scoprirne tutti i segreti o per lo meno i più importanti.

In chiusura qualche cenno sul genere comico il quale, pur obbedendo a molte regole del racconto drammatico, fa capitolo a sé, si situa in uno spazio bidimensionale che chiama lo scrittore a un diverso atteggiamento narrativo."

Queste le parole dell'autore nella prefazione. Ci sembrano perfette per presentare un libriccino davvero prezioso per chi vuole avvicinarsi alla scrittura multimediale.

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L'Intervento di un eclettico al 100% Kaiser Sose :

Leggo i consigli a un giovane scrittore di Cerami e resto perplesso. Sono certamente buoni consigli, ma non tengono conto del contesto. Un importante aspetto da considerare è il mondo esterno. Molto spesso il merito non viene premiato mentre il conformismo è redditizio. Così chi scrive su temi di moda ha più probabilità di essere letto, rispetto a chi scava nel profondo. Basta fare un giro in libreria per vedere che molti dei best-sellers non dicono niente di realmente nuovo (un esempio potrebbe essere il Moccia di "Tre metri sopra il cielo", ma una prima occhiata a "La solitudine dei numeri primi" mi dà sensazioni analoghe). Basta poi studiare la storia della letteratura per scoprire che molti autori importanti furono praticamente ignorati in vita. A farla breve, il primo consiglio che darei ad un aspirante scrittore sarebbe di trovarsi un mestiere per campare. Una volta risolto il problema della vita quotidiana, sarà libero di dedicarsi alla scrittura, senza preoccuparsi di scrivere ciò che vuole il suo padrone. A questo punto i consigli di Cerami mi appaiono applicabili. Però terrei in conto anche il fattore interno. Uno scrittore dovrebbe sapere anche perchè scrive, dovrebbe essere di capace di esplorare dentro se stesso per capire le sue motivazioni profonde. (O anche superficiali, a volte si scrive per semplice voglia di notorietà). Resta il fatto che chi non conosce se stesso difficilmente riuscirà a raccontare dettagli significativi del mondo. E' difficile scendere negli abissi se non si conoscono i propri abissi. (Qui mi torna in mente "Wuthering Heights", malamente tradotto come "Cime tempestose"). Però può anche essere divertente scrivere con leggerezza, senza troppe preoccupazioni di indagare l'assoluto. Non tutti hanno voglia di ripetere la carriera di Philip Kindred Dick. Mi appare onesto. Chi sa galleggiare sullo Zeitgeist riesce a scrivere anche cose gradevoli ed a volte ottiene discreto successo. Fermo restando che il miglior modo per avere successo è avere un parente importante in una Casa editrice. Vale sempre la pena di ricordare che il miglior modo per imparare a scrivere è farlo, scrivere intendo. La migliore scuola a volte è la semplice pratica. Ed il web in questo può dare un ausilio poderoso. Sul web forse non si raggiunge la fama, ma sono molti i posti in cui si ricevono utili consigli e critiche feroci. Solitamente le critiche feroci sono quelle che fanno crescere di più. K.S.

 

Fino in capo al mondo di Adam Kolack (Dicembre 2008, Edizioni Robin)

"Mezz'ora dopo ci ritrovammo in camera con la testa che ci girava. Mio padre in quel giorno disse meno di dieci parole. Con rabbia stava facendo le valigie. Almeno le sue. "Questo significa che stiamo andando ad Arles, no?" Chiesi fermo con le gambe incrociate su quel cazzo di tavolino. "Già".

Volevo dire: cosa speri di ottenere? Oppure più duramente: io non vengo. O anche, crudo: vacci da solo, vecchio pazzo, quello che ho visto finora mi è bastato. Ma non dissi nulla. Una parte di me voleva seguire quel vecchio pazzo musone nella sua corsa in giro per il mondo alla ricerca dell’icona che aveva sposato. L'identità di quella vestale interessava anche me, o no? D'un tratto mio padre mi sembrò molto più vecchio e stanco di quello che era davvero. Senza di me, pensai, sarebbe andato poco lontano. E a me nessuno mi aspettava, se non Marco e il suo cane bavoso.

Prendemmo la strada per Donostia-San Sebastian con la cara vecchia citroen nera che prendemmo in affitto giorni prima alle nove in punto del mattino seguente. Prima di mezzogiorno varcammo senza file o problemi di qualsiasi tipo il confine con la Francia. Il bivio per l'Iparralde ci venne incontro quasi subito, sotto una leggera pioggia. Con incertezza proseguimmo dritti per Arles sulla E 80 e senza pensare troppo sulla scelta che avevamo fatto ci trovammo dalle parti di Tarbes per una veloce baguette al freddo del vicino parco nazionale dei pirenei.

Eravamo seduti su un guardrail di una pompa di servizio ognuno con uno sfilatino al formaggio in mano, come se fossimo stati due scolari in gita. Aveva smesso di piovere circa venti chilometri prima, ma l'umidità era palpabile e attorno a noi le nuvole stavano per interrompere la tregua.

"Siamo sicuri di quello che stiamo facendo, vero?" Chiesi a mio padre, mentre l'aria piacevolmente gelata si riempiva della musica che usciva dall'abitacolo con gli sportelli aperti. Era War degli U2.

"Di più". Rispose mio padre che evidentemente era di buon umore grazie al viaggio della speranza che stavamo facendo. "Non siamo solo sicuri: siamo obbligati, caro Alex". Masticava il pane di gomma ed il formaggio insipido con un appetito non trascurabile. "Obbligati" mi ripetè strizzandomi l'occhio."

Questo che avete appena letto è uno passaggio del libro, scelto dallo stesso autore che è un Eclettico eccellente. Per saperne di più vai sul suo sito clica qui 

 

CITY di Alessandro Baricco (1999 CRS libri SpA Milano)

"Quella donna si staccò dal suo gruppo, donna orientale, un grosso cappello che le nascondeva in parte il viso,scarpe strane, si staccò e si diresse verso una parete della sala 2 - era al centro, prima, con il suo gruppo di turiste orientali, tutte donne - e si staccò da lì, come se avesse perso l'appiglio che la teneva aggrappata al suo gruppo, e ora una singolare forza di gravità la attirasse a cadere verso le ninfee, quelle esposte sulla parete a est dove massima è la curvatura - verso le ninfee si lasciò cadere assumendo di colpo l'andatura di una foglia autunnale - cadeva a pendolo, oscillando in movimenti contraddittori e armonicamente contorti - mi piace dire: curvi - due stampelle, di legno, a premere sotto le ascelle - i piedi batacchi neri molli rotti dentro a suonare passi focomelici - uno scialle sulle spalle - scialle malattia -le braccia accartocciate malamente - sembrava una falena splendidaesausta, e io la guardai - come venisse da lunghissima migrazione, esausta, splendida, lì. Guadagnava centimetro dopo centimetro, con una fatica immensa, e non sembrava conoscere l'ipotesi di fermarsi. Avvitava ogni movimento intorno all' asse della sua malformazione, eppure procedeva, srotolava sussulti interpretabili come passi, e così avanzava, lumaca paziente, inseparabile dal male sua dimora - striscia di bava, dietro, ad appuntare la traiettoria del grottesco cammino - l'imbarazzo degli altri a risalirlo, macinando vergogna e disappunto, alla ricerca di scappatoie per gli occhi, ma non era facile smettere di guardarla - non si riusciva a guardare altrove - c'erano un sacco di persone, c'ero io, a un certo punto ci fu solamente lei. Arrivò fino a sfiorare le ninfee, poi prese a scivolargli accanto, replicando la curvatura della parete, ma arricchita di vocalizzi cinetici, accartocciata la linea curva in uno scarabocchio a ogni scossa più affaticato, riaggiornata a ogni istante la distanza, non meno indefinita delle ninfee, perché disseminata in quel movimento dalle mille direzioni, esplosa in quel corpo senza centro. Si fece l'intera sala, così, avvicinandosi e allontanandosi, sballottata dal pendolo ubriaco che le minutava dentro il tempo del suo male, mentre la gente si scostava, attenta a non turbare anche le più impensate evoluzioni del suo andare. E io, che per anni avevo cercato di guardare quelle ninfee, mai riuscendo a vedere altro che ninfee, piuttosto kitsch e deplorevoli oltretutto, me la lasciai passare accanto e improvvisamente capii, senza neppure spiare cosa facesse con gli occhi, con assoluta chiarezza capii che lei stava vedendo - lei era lo sguardo che quelle ninfee raccontavano - lo sguardo che da sempre le aveva viste lei era l'angolazione esatta, il punto di vista preciso, l'occhio impossibile-lo erano le sue scarpe tozze, nere, lo erano il suo male, la sua pazienza, l'orrore delle sue mosse, le stampelle di legno, lo scialle malattia, il rantolo di gambe e braccia, la pena, la forza, e quell'irripetibile traiettoria sbavata nello spazio - perduta per sempre quando alla fine arrivò, si fermò e sorrise."

Ho voluto riportare un passo del libro perchè mi sembra il miglior modo di presentarlo. Franco Porchetti

 

 

Carlos Ruiz Zafòn e il suo sognante '900

 

Carissimi eclettici,
Stanchi della solita vita, monotona, troppo reale?
Immergetevi nella lettura di uno dei nuovi talenti sbocciato nel bel mezzo della scena letteraria europea e mondiale. Il "fiore" in questione altri non è che Carlos Ruiz Zafòn, scrittore spagnolo apprezzato ormai in tutto il mondo grazie alla sua opera più famosa ( anche se non è la prima): L'Ombra del Vento (Mondadori 2004).

Zafòn vi aiuterà, grazie al suo stile semplice seppur riccamente intarsiato di metafore, ad immergervi in una Barcellona sognante, con i suoi fantasmi e le sue magie. La trama de "L'ombra del vento" è di squisita fattura: un ragazzo di nome Daniel visitando il "Cimitero dei libri dimenticati" troverà un misterioso libro, scritto da un ben più misterioso autore dal pittoresco nome di Julian Carax. La storia si articolerà, lasciando che passato e presente si intreccino magicamente, attraverso la ricerca del giovane Daniel verso la verità sullo scrittore.

Veniamo ora al "Cimitero dei libri dimenticati", meravigliosa invenzione letteraria: un'enorme biblioteca contenente tutti i libri, appunto, dimenticati. E' proprio questo luogo magico a far da collante tra i libri di Zafòn, troveremo infatti il cimitero anche ne "Il gioco dell'angelo", librone dalle pantagrueliche dimensioni che si lascia leggere tutto d'un fiato, ingannando il lettore sino alle ultime pagine.
Zafòn è sicuramente, nell'attuale panorama letterario, uno dei più promettenti scrittori e, se mi è concesso l'ardito confronto, i suoi libri potrebbero essere quasi accomunati alle "avventure storiche dell'animo mio" di Leopardiana memoria.

Vi auguro quindi una buona lettura ed una buona passeggiata, visto che leggendo Zafòn non si può far a meno di pensare che in realtà si stia passeggiando per le strade barcellonesi di inizio '900.
Vi lascio con una serie di citazioni, qualche "assaggio" per stuzzicare l'appetito.

"Nel momento in cui ti soffermi a pensare se ami o no una persona, hai già la risposta".

"È facile giudicare gli altri. Ma ci rendiamo conto di quanto è meschino il nostro disprezzo solo quando li abbiamo persi, quando ce li portano via.
Sì, perché ci sono appartenuti".

"Le donne, con rare eccezioni, sono più intelligenti di noi, o perlomeno, più sincere con se stesse rispetto a ciò che vogliono. Che poi te lo facciano sapere o meno è un altro paio di maniche. La femmina, Daniel, è un enigma della natura. È una babele, un labirinto. Se lascia il tempo di pensare, non ha più scampo".

Renoir.

 

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